Armenia, antica terra di cavalli

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Ieri era il 99° anniversario dell’avvio del genocidio armeno. Ho trascorso qualche giorno in Armenia l’anno scorso. L’ho molto amata. L’ho sicuramente scoperta. Ho cercato i segni del passato e quelli del presente grazie ad alcuni amici armeni che non finirò mai di ringraziare.

A quel paese malinconico e generoso dedico questo racconto equino.

A cavallo in Armenia
A cavallo in Armenia

Una passeggiata a cavallo sui monti del Caucaso è un viaggio in un passato lontano e sconosciuto. Basta respirare a fondo per ritrovarsi sulla via della seta, sulla strada che congiungeva il Mediterraneo ai monti e alle grandi pianure dell’Asia centrale, lungo sentieri di traffici mercantili ed eserciti in guerra.

Gagik_Paradyan
Gagik_Paradyan

L’aria fresca della mattina e lo sguardo che attraversa l’orizzonte disegnano un territorio che fu, e che è ancora, crocevia di interessi e di popoli. Persiani, romani, ottomani, russi scesero a cavallo questi monti. E prima ancora li attraversarono al galoppo sciiti, tartari, mongoli. Puoi anche sognare di incontrare il mitico e docile Karabakh, la razza a rischio di estinzione che gli armeni vorrebbero riportare a casa.

Gagik Paradyan mi guarda e sorride. E’ suo, di quest’uomo che è anche il segretario della giovane federazione equestre, il sogno di portare in Armenia l’allevamento della razza. Recuperare l’originario cavallo del Caucaso meridionale da alcuni decenni in pericolo e perennemente conteso con l’Azerbajian.

Il sole appena dopo l’alba non scalda il vento impetuoso che scende dall’Aragats, la più alta montagna dell’Armenia moderna dopo che l’Ararat e la sua cima sempre innevata sono rimaste alla Turchia.

ll centro ippico di zio Gagik, come tutti qui lo chiamano, è alle nostre spalle. Le passeggiate (“Mai molto lunghe perché non voglio stancare i miei cavalli”) si muovono verso le 6 della mattina. Prendere o lasciare. Decide lui, Gagik.

Il Caucaso si apre agli occhi dolce e imperioso. Passiamo vicino alla chiesetta di Karmravor, una minuscola cappella cruciforme che risale al VII° secolo e che ha conservato l’originaria copertura di tegole sulla cupola ottogonale. Proseguiamo attraverso il vecchio ponte, la gola scavata dal fiume Kasakh, il villaggio di Karbi.

Dall’alto, dai suoi 2300 metri di altezza, ci guardano la spettacolare fortezza di Amberd, caposaldo imprendibile della valle, e la chiesa a cupola costruita nel 1026 dal condottiero Vahram Pahlavuni.

Il sole è alto e potente in questo agosto. Si fa ritorno all’ Ayrudzi Riding club, ad Ashtarak, una ventina di chilometri da Yerevan, la capitale dell’Armenia. In mezzo alle dolci montagne di pietra. A neppure un’ora di sella dalla necropoli di Nerkin Naver dove qualche anno fa è stata scoperta la più antica tomba di cavallo conosciuta, risalente al 25° secolo prima di Cristo.

A perpetua testimonianza di quanto i popoli di queste terre fossero legati all’allevamento dei cavalli, al loro uso in guerra, nel lavoro della terra e nei trasporti. E di quanto l’inizio della civiltà coincida proprio con la domesticazione di questi animali.

Il mondo di Ayrudzi inizia a Yerevan nel 1980. Quando l’Armenia era ancora una della repubbliche dell’Unione Sovietica. “Eravamo un gruppo di studenti del Politecnico. Tutti appassionati di cavalli”, racconta Gagik mentre l’amico Tigran, che oggi lavora all’Alto commissariato per i rifugiati, mi mostra fotografie di tempi che non esistono più.

“Volevamo aprire un centro ippico con uno scopo ben preciso: riportare in vita, grazie all’aiuto dei cavalli, le più antiche tradizioni sociali, culturali ed equestri dell’Armenia”.

cavalli
Con i cavalli sulle tracce delle tradizioni armene

Gagik, Tigran e un gruppo di 25 amici trovarono i cavalli e cominciarono a girare il paese. Di villaggio in villaggio. Con la zourna, il tradizionale strumento armeno che somiglia al flauto, e il dhol, percussioni locali. Cantavano, danzavano, suonavano, cavalcavano le tradizioni più profonde di un paese che non poteva scordare la ferita del genocidio del 1915 compiuto dalla Turchia e che doveva e voleva riscrivere e tramandare il proprio passato.

Il gruppo venne aiutato dal Politecnico di Yerevan che allestì una scuderia nell’area universitaria e si prese in carico il mantenimento dei cavalli. La caduta dell’Unione sovietica rischiò di portare il gruppo e la sua avventura sull’orlo del baratro. Non c’era più l’università a mantenere i cavalli. E non c’erano più neppure le scuderie. Il paese era allo sbando e le difficoltà economiche insormontabili.

cavalli

Ma Gagik non si perse d’animo. Salì ad Ashtarak, trovò un campo pieno di pietre, iniziò a ripulirlo. Giorno dopo giorno. Mise in piedi le scuderie. Tornò in città a prendersi i cavalli e fondò l’Ayrudzi Riding Club. Non un maneggio qualsiasi.

Verso Ayrudzi
Verso Ayrudzi

Perché l’Armenia non è Occidente e neppure Oriente. Non è un paese qualsiasi, stretto come è fra un passato milleniario denso di tradizioni e cultura e un presente povero e inquieto.

Il primo obiettivo del club era, ed è tutt’oggi, la solidarietà. Mettere in campo i cavalli e insieme fare del bene.

Si inizia nel 1996. Il paese conta un numero insopportabile di piccoli orfani. Con il supporto e l’assistenza della Croce Rossa armena e di quella olandese, nell’estate di quell’anno il club si trasforma in un campo-scuola per quei bambini sfortunati che qui vengono ospitati e nutriti nel corpo e nell’anima.Anche grazie ai cavalli e ai primi passi di un’ippoterapia ignota in quei luoghi.

Il lavoro con i bambini ritorna ogni estate. E intanto il club cresce. Arrivano altri cavalli, purosangue, arabi, razze locali. Il numero degli appassionati aumenta, anno dopo anno. E Ayrudzi diventa il punto di riferimento del mondo equestre in Armenia.

karabach
Karabach, cavallo del mito

“I bambini dei campi estivi ci sono ancora oggi”, sorride Gagik mentre guarda i ragazzini in sella, le giumente serene nel rettangolo, i puledrini di due, tre mesi che le rincorrono e che, senza alcun timore, si fermano dai bambini per farsi accarezzare.

All’appello mancano solo i Karabakh: “Ne ho inviduati due, purissimi: un magnifico stallone e una giumenta. Ora sto raccogliendo i soldi per comprarli e per iniziare l’allevamento. No, non ti dico dove sono. E’ un segreto. L’anno prossimo quando torni, li vedrai. Bellissimi, regali, forti e liberi. Proprio come noi armeni”.

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