Noi abbiamo un sogno

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C’è un libro che ha quasi dieci anni ma che ne non avete ancora letto, questo è il momento giusto per farlo.

“Noi abbiamo un sogno” è firmato da Annamaria Manzoni, psicologa e attivista per i diritti degli animali, ed è stato pubblicato nel 2006 da Bompiani.

Questo video parte dal libro e riesce a descriverlo benissimo.

Racconta la diffusa brutalità nei confronti degli animali sia come forma di violenza gratuita, sia riferita allo sfruttamento e uccisione perpetrati a loro danno e finalizzati all’alimentazione, al vestiario, alla ricerca scientifica.

“È un pamphlet irato e persuaso, questo – scriveva Gofferdo Fofi nell’Introduzione –  è un agile e convincente disamina di un problema che si è posto imperiosamente alla coscienza umana nella seconda ,età dello scorso secolo, dapprima attraverso pochi generosi pionieri, da Ghandi al nostro Capitini… e poi a gruppi sempre più vasti di persone, colte e non colte, animate dal dovere che Schweitzer chiamava ?rispetto per la vita’”.

Un libro coraggioso perché mette sullo stesso piano la lotta in difesa dei diritti degli animali e quella contro ogni oppresso di questo pianeta. Perché la Liberazione sarà veramente tale quando interesserà tutte le specie viventi.

“Focalizzando il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne” – spiegava Annamaria Manzoni in una bella intervista su Essere Animali –  si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, la propria alimentazione, il proprio modo di vestire sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro.

Noi_abbiamo_un_sognoSe fare fronte e contrastare l’aggressività può essere compito complesso, ma per il quale nel corso del tempo sono stati approntati strumenti, frutto di molti approfondimenti sulla sua eziologia, più complicato è occuparsi di quella banalità del male, di cui il mangiar carne è chiaro esempio, che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, senza nemmeno essere riconosciuta come male.

Da sottolineare quanto la psicologia sia ancora oggi omissiva al riguardo: le ragioni vanno ricercate, io credo, nel fatto che coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre.

In altri termini: gli psicologi, meglio: noi psicologi siamo parte del problema esattamente come lo sono tutte le altre persone, quando non riconosciamo come prodotto di prepotenza e predominio il mangiare gli animali, nonostante il corollario di schiavizzazione e uccisione che ciò comporta, non mettiamo a fuoco la situazione , non ci rendiamo conto della tragedia quotidiana in atto, rispetto alla quale dovremmo sentirci chiamati a intervenire per cercare di decodificarla, dal momento che, per formazione e professione, possediamo , o dovremmo possedere, gli strumenti per farlo.

Per altro tutte le forme di violenza legittima intraspecifica, vale a dire all’interno della specie umana, (si pensi alla pena di morte, alle punizioni fisiche sui bambini…) sono davvero poco studiate, in se stesse e nelle loro conseguenze, se non in modo indiretto, come per esempio con l’interpretazione degli studi di Milgram sulla obbedienza distruttiva; esattamente come succede per quanto riguarda la violenza legittima interspecifica, quella contro gli altri animali.

Di fatto sono molti i meccanismi che consentono il perpetuarsi dell’attuale stato di cose, permettendo di non riconoscere il male, per legalizzato che sia, insito nel nostro rapporto con gli altri animali: si tratta di meccanismi di difesa inconsci, definiti di difesa proprio in quanto assolvono il compito di proteggerci dall’angoscia che potrebbe esplodere se la realtà in atto venisse riconosciuta.

In primo luogo non si può prescindere dal nostro essere totalmente immersi in una cultura antropocentrica, per cui il concetto stesso di animale è svilito e identificato non con quello di essere vivente, sofferente e senziente, ma con quello di entità che è di fatto reificata, ridotta allo stato di cosa. Solo questa rappresentazione dell’animale permette per esempio che la gente possa tranquillamente accordarsi per “andare a mangiare il pesce”, oppure organizzi gioiose grigliate o celebri con soddisfazione piatti stagionali come lenticchie con zampone o polenta con capriolo”.
 

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. paulinawar ha detto:

    Leggerò sicuramente il libro.

    "Mi piace"

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