Caccia al cinghiale

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La scorsa settimana,  in una notte di stelle e scirocco, sulle colline trevigiane attorno a Rolle, ho sentito chiaramente il richiamo di un cinghiale. Era buio. Camminavo per una strada di campagna poco illuminata. Il verso veniva dai boschi. Ho pensato: già, sono anche qui.

La brutta vicenda dell’uomo ucciso dai cinghiali a Cefalù qualche giorno fa, ripropone un nodo che non riusciamo ad affrontare, figuriamoci risolvere: la convivenza dell’animale uomo con le altre specie di animali.

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La questione dei cinghiali e del loro numero sempre più elevato ha molti anni. Lo sanno bene gli abitanti dei Colli Euganei, nel padovano. Ma anche chi vive a Berlino (qui da anni sono in atto abbattimenti selezionati sulla base di dati scientifici e concreti) o in molte altre città europee e italiane.

Buona parte dei cinghiali che oggi popola i nostri boschi appartiene a una popolazione dell’Est introdotta in Italia negli anni Settanta e Ottanta. Per essere cacciati. Cinghiali ben più grossi e ben più prolifici dei nostrani.

I cacciatori ne gioirono fino al giorno in cui si perse il controllo della situazione. E della popolazione.

Il fatto che un gruppo di cinghiali sia uscito, in Sicilia, dall’area protetta del parco delle Madonie, non dovrebbe sorprenderci. Sappiano che sono ovunque, tantissimi e belli grossi visto che NOI animali umani li abbiamo selezionati così. Eppoi sono grandi esperti di famiglie numerose e si riproducono in gran quantità (una femmina può avere a ogni parto una decina di cuccioli).

I cinghiali ci sono e hanno pochi predatori naturali. Quando erano già tanti, di lupi in circolazione ce n’erano pochissimi. Oggi che sono tantissimi, i lupi (decisamente di più, per fortuna) ci danno fastidio. Ora che potrebbe fare il suo mestiere di predatore (con i cinghiali, ma anche con i cervi) il lupo è diventato una “specie problematica”.

E dalla Lessinia all’Abruzzo cerchiamo di farlo fuori. Legalmente o illegalmente. Come se il predatore non servisse a nulla. E i cinghiali aumentano.

L’Ispra (l’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale) ha stimato che possano aver superato il milione di esemplari, diffusi in tutte le venti regioni e nel 95% delle province. Compresi quegli animali immessi nei territori a uso e consumo di chi spara.

Il periodo più critico è da agosto a ottobre: i torrenti sono a secco, nei boschi c’è poco cibo, per questo loro si spingono in pianura, vicino ai campi e ai centri abitati.

Se poi ci mettete che sono gran ghiotti d’uva i cinghiali, la frittata è fatta.

Se per la Coldiretti ormai siamo di fronte a un’emergenza nazionale e mentre l’assessore alla caccia della Provincia di Treviso invita a “sparare a vista” se si incontra un cinghiale per strada, per  Franco Ferroni, responsabile Aree protette e politiche agricole del Wwf, c’è un altro elemento di riflessione di cui tener conto.

«Attorno al cinghiale”, spiega, “c’è un mercato nero che vale centinaia di migliaia di euro: per un esemplare abbattuto legalmente, ce ne sono almeno due uccisi illegalmente».

L’unica soluzione che periodicamente s’avanza per i cinghiali (ma anche per i cervi e pure per lupi e orsi) è quella di sparare. Di più. Di aumentare le battute di caccia.

Una soluzione facile e soprattutto invocata dalla potente e trasversale lobby dei cacciatori.

Già, abbattere. Ma partendo da quali dati concreti? Non esiste infatti in Italia una banca dati comune sul cinghiale e sui danni da lui provocati. Magari istituita dall’Ispra in collaborazione con le Regioni.

Giusto per sapere chi abbiamo di fronte. Quanti davvero sono e quali sono le aree più critiche. No, non si sa con esattenzza.

Mi raccontava la faunista veneziana Paola Peresin che sono pochissime (una, due?) le Regioni che sono in possesso di dati scientifici e di censimenti aggiornati sulla fauna selvatica che vive attorno a noi. Così, preferiamo sparare nel mucchio – approfittando delle cosiddette emergenze – invece di ragionare quanto e chi abbattere. E dove.

“Nel caso dei cinghiali”, dice Massimo Vitturi della Lav, l’approccio venatorio alla gestione degli animali selvatici dimostra quindi tutto il suo fallimento e la sua totale inefficacia. Uccidere gli animali per contenerne il numero non ha senso perché comporta inevitabili squilibri nella struttura sociale delle specie selvatiche che saranno indotte a riprodursi di più allo scopo di recuperare la densità in equilibrio con le risorse fornite dal territorio.

E’ ora che le amministrazioni investano sulla prevenzione, attuando un controllo della fertilità dei cinghiali. Negli USA esiste un contraccettivo usato da decenni per gestire le popolazioni di grandi erbivori selvatici, che con una sola iniezione consentirebbe di sterilizzare un cinghiale per 3-5 anni”.

“La gestione del cinghiale” spiegano al WWF, ” è competenza delle Regioni e delle Province nell’ambito della gestione faunistico venatoria ma ora non esiste una banca dati nazionale sul censimento della specie, come non sono noti i ripopolamenti che in alcune aree continuano ad essere effettuati dagli ATC (ambiti territoriali di caccia). Né sono quantificati i danni rilevanti provocati alle coltivazioni visto che anche in questo caso non esiste una banca dati nazionale”.

Il WWF  chiede che sull’emergenza cinghiali intervengano Ministero politiche agricole, ministero Ambiente insieme alla conferenza delle Regioni, con un decreto che faciliti il coinvolgimento degli agricoltori nella gestione delle catture e favorisca la promozione di filiere per la commercializzazione e trasformazione delle carni in modo legale.

Chissà cosa starà pensando ora Eleonora Martino che abita in provincia di Pescare e che un inverno di qualche anno fa condivise la sua casa e le sue provviste con un branco di cinghiali. I video qui sotto raccontano la sua storia.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. marilena2946 ha detto:

    L’uomo sempre l’uomo con il suo delirio di onnipotenza che decide la sorte della Natura in tutte le sue componenti. Quando capiremo che siamo solo una parte, e forse nemmeno la più importante, del Pianeta?

    "Mi piace"

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