Pier Paolo Pasolini, “animale senza nome”

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«Dice Saba che ci sono animali che non fanno pena neppure quando vengono mangiati, perché volevano essere mangiati. Forse sono uno di questi animali”.

lucciole
Un «animale senza nome» si sentiva Pier Paolo Pasolini. Ultimo fra gli ultimi. Non “normale”, quindi non umano. Forse proprio per quella sua ossessione metafisica di porre al centro del suo pensiero e della sua poetica il corpo.  

Oggi sono 40 anni dalla sua morte avvenuta il 2 novembre 1975. Il poeta e intellettuale friulano aveva 56 anni.

Non è mio compito, né ho le competenze, per scrivere di questo grande intellettuale.

Mi basta qui ricordare quel famoso articolo  apparso sul Corriere della sera il I febbraio del 1975. L’articolo delle lucciole . Una metafora degli anni Sessanta in Italia. Riflessioni profondamente politiche.

Ma Pasolini si struggeva davvero per la scomparsa delle lucciole dai campi del suo amatissimo Friuli.

«Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta)».

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