La guerra degli animali: una mostra a Trento

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L’immagine di Isonzo, un bel cagnone abbracciato al suo padrone, l’avevo incontrata per caso sulle pagine del Messaggero Veneto. Oggi guardo Diesel, fiera, accanto al suo compagno umano. Diesel che è l’ultima vittima animale, in ordine di tempo, delle nostre guerre.

Ripenso a Isonzo. C’era qualcuno che all’Hic Caffè di Gorizia rendeva omaggio a un esercito silenzioso. A quei milioni di animali che sono morti, senza poter scegliere, nel primo conflitto mondiale. E’ stato inevitabile mettermi in viaggio e raggiungere Serenella Ferrari (potete conoscerla in questa bella intervista concessa a Radio Popolare proprio su questo tema).

E’ stato necessario, e doloroso, farmi accompagnare di immagine in immagine ascoltando racconti di fatica, paura e, nonostante tutto, amore incondizionato.

Vittorio-Locchi-e-il-suo-cane-

Cavalli, cani, gatti, piccioni uccisi dalla guerra nel silenzio dei libri di scuola, dei media più importanti, della saggistica accademica. Doveva girare quella mostra, mi sono subito detta. Doveva raccontare tutto quello che era successo e che in pochi davvero conoscono.

L’approdo a Venezia e a Openlo scorso maggio de  ” 1914/18: la guerra e gli animali” – è giunto in modo naturale, come se fosse già scritto nella genesi di questa avventura di conoscenza. Così come il prossimo arrivo, a Trento, il 12 dicembre, nella sede della Lav.

Visitate questa mostra, sfogliate questo catalogo, leggete i documenti che l’accompagnano. Ma non illudetevi che sia tutto finito.

Sarebbe sbagliato pensare che gli animali siano stati utilizzati in modo così massiccio solo nella prima Guerra mondiale. C’è stato un prima e c’è un dopo. Purtroppo.

Cani-da-trasporto-

Tutte le guerre di questi ultimi anni in ogni angolo del mondo hanno visto sul campo (o in mare) milioni di animali. I rapaci vengono ancora usati per spiare le linee nemiche, i beluga e i delfini vanno a caccia sottomarina e topi fiutano le mine meglio dei cani.

Un vero e proprio «plotone» di mammiferi marini (delfini, leoni marini, beluga) furono addestrati dall’ ex Unione Sovietica in una base militare della Crimea. Obiettivo: individuare le mine sottomarine.

Molti di questi vennero poi venduti all’ Iran e trasferiti nel Golfo Persico, dove vennero impiegati per sorvegliare le acque dello stretto di Hormuz. Vittime di un addestramento che li privava delle loro esigenze, i delfini furono grandi combattenti.

La Marina sovietica voleva addirittura paracadutarli nei teatri di guerra. Li voleva imbragare e poi lanciare. Fino a metà degli anni ‘ 80 il Congresso degli Stati Uniti autorizzava la cattura di 25 mammiferi marini all’ anno proprio per scopi di difesa.

E non senza crudeltà. Durante la prima guerra del Golfo, i militari montavano sul muso dei delfini ordigni esplosivi, mandandoli a schiantarsi contro il nemico.

Fortissima fu l’opposizione delle associazioni animaliste che insorsero contro la Us Navy, costringendola a smettere. Ma non era la prima volta che gli Stati Uniti utilizzavano i war-dolph, i poveri delfini kamikaze. Lo avevano già fatto durante la guerra del Vietnam.

Kamikaze loro malgrado furono anche i cani. Durante la seconda guerra mondiale, l’esercito americano li usò per far saltare in aria i panzer tedeschi. Lo raccontano nel libro A Higher Form of Killing, Robert Harris e Jeremy Paxman.

I cani appena svezzati venivano tolti alle madri e veniva loro dato il cibo solo sotto alla “pancia” dei carri armati. Una volta sul campo di battaglia venivano tenuti a digiuno, con un esplosivo e un’antenna di comando sul dorso.

Quando i panzer tedeschi si avvicinavano, gli animali affamati venivano rilasciati. Correndo istintivamente sotto ai carri nemici per cercare il cibo, l’antenna strisciava contro la pancia di metallo, facendo detonare l’esplosivo e distruggendo carro armato e cane.

Sulla terraferma uno dei principali scopi nell’utilizzare animali è sempre stato quello di individuare le mine.

Fino a qualche decennio fa venivano utilizzati solo i cani. Ma alla fine degli anni Novanta del secolo scorso alcuni ricercatori belgi hanno scoperto l’incredibile fiuto dei criceti del Gambia, che assomigliano a grandi topi dal peso considerevole che arriva fino a un chilogrammo.

Gli animaletti vengono addestrati facendo loro associare l’odore di banane e noccioline, i loro cibi preferiti, a quello dell’esplosivo.

colombo

La loro prima azione fu nel 2004 in Mozambico. Tre criceti vennero utilizzati lungo una ferrovia minata nel corso della guerra civile. Ognuno di loro riuscì a individuare venti mine. E a sopravvivere. Grazie all’olfatto, ma anche grazie al modo leggero con cui calpestano il terreno minato senza innescare esplosioni, riducendo il rischio di saltare in aria, come invece capita ai cani.

Una volta scoperto l’esplosivo, i topi si mettono in posizione eretta sulle zampette posteriori oppure piantano il muso sul terreno.

Non solo topi. Oggi vengono utilizzate anche le api facendo loro associare l’odore dell’esplosivo a quello del polline: seguendo i loro spostamenti diventa possibile tracciare una mappa delle zone contaminate. Ma la guerra degli animali non è solo l’azione di guerra.

E’ un terreno dove le strategie di violenza non hanno confini di specie. Un luogo dove la guerra, intesa come sofferenza, dolore e morte, non finisce mai.

Nel 1942 l’isola di Gruinard, sulla costa nord-occidentale della Scozia, divenne il luogo di un progetto di ricerca i cui effetti sul territorio durarono fino agli anni ’80. Dopo aver evacuato gli abitanti e avervi lasciato solamente un gregge di pecore, un team di militari e scienziati fece esplodere una bomba riempita di miliardi di spore di antrace. Il giorno dopo le pecore cominciarono a morire.

Cavalli morti dopo Caporetto

Ulteriori esplosioni vennero provocate fino all’estate del ’43. Le pecore di Gruinard furono le prime vittime di una potentissima arma batteriologica destinata all’uomo.

Anche in tempo di pace sugli animali si sono testate ami letali. Esperimenti di strategie belliche continuarono per decenni fino quando, era il 1983, l’associazione americana PETA denunciò l’uso di cani nella ricerca sulle ferite d’arma da fuoco. Lo shock dell’opinione pubblica – in anni in cui il dibattito sui diritti degli animali come creature senzienti era ormai avviato – fu enorme e il governo statunitense proibì ’uso di cani, gatti e primati in test militari (anche nucleari) chimici e batteriologici.

Malgrado ciò, nel 1992 venne scoperto che un ricercatore della Louisiana State University continuava a sparare alla testa a gatti imprigionati per riprodurre ferite umane. In seguito alla denuncia delle associazioni, anche questa ricerca venne fermata. In difesa dei gatti, ma non di capre, maiali e pecore. Creature di serie B. La guerra sugli animali non ha confini.

In Italia, nel 2012, l’ Associazione Italiana per la Difesa di Animali e Ambiente denunciò un sistema di torture coperte dal segreto militare che avrebbe visto coinvolti 30 mila animali, tra topi, cani, gatti costretti a testare l’effetto di gas letali e di altre armi chimiche.

Venivano torturati in nome della guerra. Venivano costretti ad annusare miscele tossiche o utilizzati nei test dei proiettili dirompenti. Molti restavano vittime di orrende mutilazioni e morivano di morte atroce.

Il 29 marzo 2014, in Italia è entrata in vigore la nuova legge sulla sperimentazione animale. Un articolo finalmente vieta l’uso degli animali in esperimenti bellici.

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