Un (terzo) libro per le feste: Il Ciclope

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Ci vuole un’isola sperduta nell’Adriatico, ci vuole la solitudine, l’assenza di connessione, telefonini, televisioni, radio, per riscoprire ciò che ci circonda.

Ci vuole il silenzio. In alcuni casi l’immobilità forzata. Il non potersene andare. Il restare. Il guardare con occhi nuovi perché altro non puoi fare. Altro non c’è da fare.

Ci vuole la pazienza di entrare nel proprio cuore, scavare nelle emozioni, rimescolare le sensazioni e i pensieri, per vedere che attorno a noi c’è Vita. C’è Natura. E ci sono loro, gli animali.

Rumiz_asino_

C’è la gallina solitaria che ha imparato a restare al riparo per non finire in pasto ai gabbiani.

C’è l’asino ramingo che sembra bastare a se stesso.

Ci sono i gabbiani dall’occhio impazzito che qui abitano il loro regno e di questo regno si sentono sovrani. E urlano e impazzano.

Ci sono i migratori piccoli e grandi che sullo scoglio, ai piedi del faro, prendono fiato per poi ripartire.

Rumiz faro

Ci sono i ricordi di bianchi orsi in luoghi perduti.

E ci sono i pesci. Muti. Perché se potessero gridare forse ci inchioderebbero al muro per dirci che il loro mare sta morendo. Per colpa nostra.

E poi ci sono gli incubi legati alla sofferenza degli animali. Incubi da carnivoro.

C’è il mattatoio dove creature di questo mondo vengono scuoiate vive nel più feroce dei modi.

E quella vecchia signora che amava una dolce bastardona di nome Lea, ma che non aveva alcuna remora di ficcare in un sacco i cuccioli di Lea e buttarli in mare. A intervalli regolari. Perché Lea amava l’amore.

il CiclopeCi sono belle pagine che raccontano un uomo in compagnia di pensieri bestiali nell’ultimo (bellissimo) libro di Paolo Rumiz, Il Ciclope.

Quando decise, un paio di primavere fa, di trascorrere tre settimane in un faro e pubblicò il diario sulle pagine di Repubblica, ci fu la gara fra i suoi lettori per indovinare di quale faro si trattasse.

Fu facile per me scoprirlo. Ma per rispetto del giornalista triestino, non rivelerò il nome di questa isola sperduta e, proprio per questo, di mitica bellezza.

Quanto al libro, c’è da dire che, a onor della triestinità del suo autore, Paolo Rumiz dà il meglio di sé quando canta il mare. Sia l’Adriatico, l’Egeo o il mare del Nord, poco importa.

Lasci per sempre la terraferma caro Rumiz e torni, per sempre, ai racconti liquidi. E ritorni fra gli animali. Ce ne sono tanti che attendono un loro cantore.

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. marilena2946 ha detto:

    Anche Rumiz ha il “dono” della scrittura e anch’io vorrei che scrivesse di animali e delle loro storie, perchè sono sicura che nel suo peregrinare ne ha conosciuti tanti e tutti, credo, meritano di essere raccontati.

    "Mi piace"

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