#Agnelli, il silenzio degli innocenti

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Hanno voci da bambini. Voci disperate, terrorizzate, rauche. Un lamento di morte che irrompe e devasta. Il lamento dei lamenti. Quello che prende su di sé tutto il dolore inascoltato del mondo.

Piangono senza sosta questi agnelli nati con l’ultima luna di febbraio. Sono stipati su questo camion, qui a 30 chilometri da Lubljana, e stanno andando a morire.

Nessuno attorno sembra far caso a all’incessante lamento di questa stazione di servizio dove il camion di Tibor, autista ungherese, si é fermato per la sosta obbligatoria di un’ora. Un’ora fermo per dare da bene alle 650 creature che sta trasportando. Un’ora dopo averne viaggiate 9. E prima delle ultime 7 che lo separano dal macello di Foligno, in provincia di Perugia.

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Mentre scrivo queste righe di tutte quelle anime pelosette che si tenevano a fatica sulle zampe, non ne esisterà più nessuna.

Tutti morti nel nome di una tradizione e di una cultura gastronomica che non riesce ad andare al ci là del proprio stomaco. Che non riesce ad avere pietà. Neppure della vita di questi agnelli che è pura innocenza.

Dai paesi dell’Est, in particolare Romania e Ungheria, ma anche da Polonia e Repubblica Ceca, entrano in Italia ogni anno 800mila agnelli di età compresa fra le 4 e le 6 settimane. Alcuni di loro non sono ancora svezzati. Dovrebbero bere latte e non acqua. Dovrebbero essere cibati e non solo dissetati mentre vanno a morire.

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Sotto Pasqua di quegli 800mila ne arrivano almeno 250mila che si aggiungono ai 150mila agnelli allevati in Italia o che arrivano da altri paesi europei come la Spagna. Fortunatamente negli ultimi cinque anni, secondo l’Istat, si è registrato un calo dei consumi della carne di agnello: se nel corso del 2010 gli agnelli e i capretti macellati in Italia erano stati 4.834.473, nel 2014 ne sono stati macellati meno della metà, 2.129.064. Ma sono sempre tanti. Troppi.

“La maggior parte per Pasqua”, mi conferma Christine Hafner, investigatrice di Animals’ Angels.

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Sono qui in Slovenia con Christine e Silvia Meriggi, anche lei investigatrice dell’associazione tedesca che da sempre si occupa di trasporti di animali e di garantire e pretendere dalle istituzioni (in questo caso l’Unione europea) l’eliminazione dei lunghi viaggi per tutti quegli animali –  bovini cavalli, ovini, maiali, conigli, polli – che attraversano spesso mezzo continente prima di arrivare al macello.

E’ dal 2002 che Christine nelle settimane che precedono la Pasqua va in Slovenia, si ferma a una stazione di sosta, aspetta e controlla i camion che sfrecciano sull’autostrada.

Appena riconosce un carico di agnelli, accende l’auto, mette la marcia e lo rincorre. Gli si piazza dietro e lo segue fino a quando si fermerà. Spesso prima del confine con l’Italia.

E’ successo così anche l’altro giorno. Il camion di Tibor si è fermato poco dopo l’uscita per le famose grotte di Postumia. Era partito verso le 2 di notte da Nyiregyhaza, nell’Ungheria dell’est, non lontano dal confine con l’Ucraina. Sono quasi 1350 chilometri e almeno 17 ore per arrivare a Foligno.

Verso mezzogiorno di un martedì splendente Tibor si ferma: sono passate più di 9 ore dalla partenza e il regolamento europeo 1/2005 impone una sosta di 1 ora per dare da bere agli animali.

Non è obbligatorio dare cibo, “solo se ritenuto necessario” dice la legge.

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Il camion è diviso in 4 piani, ognuno di 35 metri quadrati. Trasporta circa 650 agnellini la maggior parte svezzati e pronti per la tavola degli italiani. Un carico “equo”. Ci sono camion che ne trasportano anche 1000 di agnelli. Uno sopra l’altro.

Appena fermo Tibor apre l’acqua. Ha 4 beverini automatici per piano. Ma solo da un lato del camion: ciò significa che gli agnellini che ora guardano il sole d’Oriente, non riusciranno mai a bere. Perché non sanno che dovrebbero spostarsi sull’altro lato per trovare il beverino.

Chi glielo ha mai insegnato? Questo è il loro primo e ultimo viaggio. Gli agnellini fortunati, che guardano a ovest, cercano in tutti i modi di leccare il beverino, ma fanno fatica a capire che devono spingere il tubicino con la lingua per fare uscire acqua. Ci riescono ogni tanto, senza sapere come.

Mi riempio una mano d’acqua e gliela offro. Ma hanno paura. Si ritraggono uno contro l’altro, uno sopra l’altro.

Christine e Silvia controllano il camion. Tibor è incuriosito dalla presenza di tre donne attorno alla sua casa viaggiante. E’ gentile e orgoglioso di portare in giro così tanti agnelli.

Tibor è una vittima proprio come loro. E’ sotto padrone da una vita e da trent’anni attraversa l’Europa e l’Asia per pochi euro. Fino a qualche anno fa stava in strada anche un mese di seguito per viaggi assurdi: partiva dall’Ungheria, andava in Irlanda, caricava il camion di bovini e ripartiva alla volta dell’estremo est, Vladivostok, dove i bovini venivano venduti ai cinesi.

Da qui ritorno in Ungheria. Una notte o due a casa e poi di nuovo in marcia. Un mese di viaggio, 20mila chilometri di strada, 2000 euro di paga.

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Tibor lascia che le investigatrici di Animals’ Angels controllino il suo carico. Non ne avrebbero l’autorizzazione.

Ma devono raccogliere dati, immagini, filmati da spedire poi al quartiere generale di Francoforte e da qui a Bruxelles per fare pressione su chi governa la Ue e per alimentare la campagna Stop The Trucks contro i trasporti su lunghe distanze di animali vivi. Non più di 8 ore per bovini, ovini e suini. Non più di 4 per i polli. E magari non più animali vivi in viaggio, ma macelli non lontani dagli allevamenti.

L’obiettivo finale delle investigazioni è dimostrare che il regolamento Ue è inapplicabile. Alla fine dei conti una presa in giro, sulla pelle degli animali. Lo dimostra già oggi il rapporto The Myth of Enforcement che racchiude oltre diedi anni di investigazioni di Animals’ Angels e consegnato ai parlamentari europei e alla commissione.

Mentre ispeziona il camion, Silvia si accorge che due agnelli hanno le zampe intrappolate nel portellone posteriore e fra il primo e secondo livello. Si interviene e li si libera. Una ragione di sofferenza in meno.

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Per il resto ci sono la paura, la sete, la fame, la tosse e la mancanza d’ossigeno dovuta all’ammoniaca sprigionata dall’urina della lettiera sporca. Li accarezzo. Alcuni accettano carezze e lacrime. Altri girano il musetto.

Sono le 13. La pausa è finita. Tibor deve ripartire . Ha fretta. Deve portare il suo carico a destinazione entro sera e ritornare in Ungheria il prima possibile perché ufficialmente è Pasqua. Per tutta la prossima settimana andrà su e giù senza fermarsi. L’Italia ha fame di agnelli.

 

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