Il magico (e faticoso) mondo dei muli: una mostra a Roma

Nei Paesi del Mediterraneo il mulo fu sempre un mezzo indispensabile per i trasporti, l’agricoltura e le imprese militari. In Italia questo simpatico ibrido equino per secoli venne allevato ovunque. Dal Piemonte alla Sicilia. Da cavalle incrociate con asini locali, nascevano animali straordinari per robustezza ma anche per bellezza.

Ferruccio Bernardis sindaco di Gorizia e il mulo Violetto
Ferruccio Bernardis sindaco di Gorizia e il mulo Violetto

Perché sì, diciamocelo, i muli sono proprio belli. Languido occhio asinino, altezza e slancio da cavallo, temperamento intelligente e sempre pronto a collaborare.

Nel secondo dopoguerra in Italia si contavano ancora circa mezzo milione di esemplari, impiegati principalmente per i trasporti montani e nei lavori agricoli. Ma poco alla volta, mano a mano che la rivoluzione industriale avanzava, dei muli non si aveva più bisogno.

E dagli anni Settanta del ‘900 in poi, la richiesta di muli da lavoro si ridusse drasticamente

“In Italia, in meno di settant’anni il patrimonio mulare è stato quasi annientato”, spiega la storica Susanne E.L. Probst, “mettendo, di conseguenza, a rischio d’estinzione anche numerose razze autoctone di asini e di cavalli allevati in passato proprio in funzione della produzione del mulo.”

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Sebbene oggi il mulo rischi di scomparire dai paesi industrializzati, la sua sopravvivenza è ancora garantita nei paesi del Terzo Mondo, spiega ancora Susanne che con la goriziana Serenella Ferrari giovedì 9 novembre aprirà a Roma una mostra di fotografie e documenti tutti dedicati al mulo.

“Muli e conducenti, tutti presenti! 1872-1991 il legame fra muli e alpini attraverso 120 anni di storia” , firmata anche dall’associazione Amici dell’arte felice di Gorizia e che ha come sponsor etico la Lav, saràospitata fino al 7 gennaio 2018 al museo Pietro Canonica di Villa Borghese.

“Dalle statistiche della Fao” aggiunge Probst, “ad oggi risulta un patrimonio mondiale di muli di circa 14 milioni di esemplari, di cui solo una minima parte presente sul continente europeo: circa 0,2 milioni. Il primato, invece, spetta all’America Latina e alle zone caraibiche con circa 7,1 milioni di capi, seguite dall’Asia (circa 5,4 milioni) e dall’Africa (con 1,3 milioni).  Specialmente la Cina, leadership nell’ambito dell’allevamento dei muli con 4,7 milioni esemplari e una presenza media sul territorio di due quadrupedi per chilometro quadrato, ha ben recepito le enormi potenzialità di questo animale e il suo prezioso apporto presso gli abitanti delle vaste zone rurali. Negli ultimi decenni lo stato cinese ha creato ovunque centri di riproduzione investendo costantemente nella ricerca sull’inseminazione artificiale e sulla selezione embrionale”.

Negli ultimi anni, però, è stata notata una sorta di “revival” dei muli anche nei paesi industrializzati. Soprattutto nei conflitti armati.

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Susanne Probst racconta porta l’esempio degli Stati Uniti, che nel 1957 avevano ufficialmente abolito le ultime due unità operative di animali da soma, di stanza a Fort Carson in Colorado, ma che con l’invasione dell’Unione Sovietica in Afghanistan dovettero prendere atto dell’inefficacia della moderna tecnologia bellica sui terreni particolarmente inagibili del territorio afghano. In supporto alle truppe locali, al posto di fuoristrada, cingolati ed elicotteri furono inviati 10mila muli, acquistati nel 1980 dalla CIA nel confinante Pakistan.

La Germania non è da meno. Dopo l’esperienza della guerra nella ex Jugoslavia, anche la Bundeswehr tedesca ha incrementato il patrimonio di animali da trasporto. Il regolamento del “Centro Operativo di Addestramento di Animali da Trasporto” prevede,  “obbligo del servizio di animali da trasporto durante le missioni umanitarie e in quelle di pace”.  Attualmente sono in uso nelle Forze Armate tedesche una cinquantina di muli e una ventina di cavalli. Così come sono tuttora attivi reparti militari che impiegano muli  in Austria e Svizzera.

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E in Italia?

“Se fino a qualche tempo fa il mulo in Italia sembrava essere destinato a scomparire del tutto, fortunatamente negli ultimi anni si è avvertito un cambio di tendenza. Nel 2011 il numero dei muli censiti in Italia risultava di 5020 esemplari, ma solo cinque anni dopo, nel 2016, l’Anagrafe Equina ha registrato un incremento del 20% con un patrimonio di 6619 capi. La maggior parte di essi è impegnata nelle attività di agricoltura eco-compatibile”.

Proprio così: la riscoperta di antichi mestieri, come quella dell’esbosco, ha favorito l’incremento dei muli soprattutto nelle zone montane. Oggi succede che alle Eolie a Ginostra e Alicudi, o nei paesi di Pignola in Basilicata e Artena nel Lazio la raccolta differenziata viene fatta esclusivamente a dorso di mulo.

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