Sul delta del Danubio, con gli ultimi cavalli selvaggi d’Europa

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Romania, Danube Delta, Letea forest, wild horses

Una corda da alpinismo rigida, forte,indistruttibile.Girata attorno al collo per tre volte. Lentamente nei mesi è penetrata nella carne aprendola in due solchi netti. Una ferita profonda un centimetro e larga quattro, già in conclamata infezione.

L’abbiamo trovato così questo puledrone di tre anni in un pomeriggio di maggio nella foresta di Letea, sul delta del Danubio, dove vivono allo stato brado circa 700 cavalli. L’ultimo branco di cavalli selvaggi d’Europa.

Eredi di Gengis Kahn, che, in questi luoghi inaccessibili via terra, aveva lasciato numerosi dei suoi cavalli mentre lui e il suo esercito procedevano verso Occidente. Figli dei cavalli da lavoro che il regime di Ceaucescu un giorno volle eliminare e che qualcuno non ebbe cuore di uccidere.

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Superstiti della lotta per sopravvivere alla Storia (e alla fame) che la caduta del dittatore rumeno rese ancora più difficile nelle aree marginali della Romania.

I più poveri dei rumeni, che i cavalli li sfruttano fino alla fine per farli lavorare ma di solito non li mangiano, senza più lavoro nei campi, li abbandonarono al loro destino, imprigionandoli fra le acque del Danubio.

Sono piccoli cavalli (i maschi arrivano a 1 metro e 50 centimetri al garrese), quasi tutti bai, un misto di Arabo e Tarpan.

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Vivono in un luogo inospitale, dove, soprattutto d’inverno, le risorse di cibo sono scarse e perennemente contese con un migliaio di vacche che pascolano libere e senza padrone.

Un cavallo non nato qui farebbe fatica a sopravvivere.Perché quei pochi fili d’erba che resistono al fiume crescono su un mare di sabbia rendendo concreto il rischio di coliche letali.

A queste settecento magnifiche creature  basta poco per vivere. Galoppano con i loro puledri in un’area sperduta del Parco naturale dove il Danubio, dopo aver attraversato mezzo continente, fra mille canali si unisce finalmente al mare.

Solo una manciata di chilometri separa dall’Ucraina quest’area del Delta che appartiene alla Romania. Letea, come C.A. Rossetti, Miglio 23 e altri, sono villaggi di poche anime dove la storia si è fermata. Sono luoghi di confine.

La maggior parte degli abitanti sono discendenti dei lipoveni, che qui arrivarono dalla Russia alla fine del ‘ 600: i Vecchi Credenti perseguitati dagli Zar, uomini e donne che qualche anno fa ispirarono a Ettore Mo un bellissimo reportage proprio da questi luoghi non frequentati dal turismo.

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Sono terre di confine, non solo fra l’acqua e la terra che regolano le vite di uomini e animali. Non solo fra diversi Stati, ma anche fra la “nostra” Europa e un Est sconosciuto.

Quel giorno di maggio, era stato Ovidiu Rosu, il giovane veterinario rumeno dell’associazione austriaca Vier Pfoten, in una delle sue quotidiane esplorazioni dell’area, ad aver notato la corda che pendeva dal collo del puledrone. Non aveva avuto scelta. Bisognava toglierla perché altrimenti, prima o poi, lo avrebbe ucciso.

Ovidiu aveva quindi deciso di colpirlo da lontano con un anestetico. Un quarto d’ora di ondeggiamenti, di resistenze, di paure ma alla fine il baio si è seduto e poi disteso. Dopo pochi minuti stava dormendo: solo in quel momento era stato possibile vedere la gravità della ferita.

trasporto_cavalliIl puledrone, probabilmente, era stato catturato dalle popolazioni locali quando era molto giovane. Molti mesi prima, forse addirittura un anno. Poi era riuscito a fuggire oppure era stato abbandonato. Perché non serviva più. Perché ci avrebbe pensato la foresta a farlo sopravvivere.

Ma aveva portato con sé il segno di una violenza che giorno dopo giorno gli aveva inciso la carne.

Ovidio aveva pulito a fondo la ferita, disinfettata, preparato una siringa di antibiotico. Poi gli aveva fasciato il collo per proteggerlo dalle mosche. Almeno per qualche giorno.

Eravamo rimasti così, in silenzio, davanti al grande baio che dormiva. In attesa che le forze gli tornassero, si potesse rialzare e di nuovo riunire al branco.

Poche ore prima, con la stessa procedura, il veterinario aveva liberato da una catena girata attorno al collo una cavalla prossima al parto.

Il suo stallone,che era anche il suo capobranco, per tutto il tempo dell’intervento era rimasto a dieci metri di distanza. Le orecchie dritte e lo sguardo puntato verso di noi.

letea1Ogni tanto l’anteriore rampava nervosamente e ci comunicava il suo unico obiettivo: riprendersi la cavalla. Aspettarla. Per poi, con le orecchie indietro e il muso abbassato quasi fino a terra, riportarla nel branco.

Per chi è cresciuto con i cavalli, per chi mastica un po’ di etologia equina, per chi ha letto Jamie Jackson, Pat Parelli o Monty Roberts, venire a Letea è vedere con i propri occhi il comportamento dei cavalli selvaggi.

I maschi capobranco dal petto largo e ansimante, il manto lucidissimo, la criniera folta e lunga. Le femmine con i puledrini che sgambettano attorno. Gli scapoloni ancora troppo giovani per avere un gruppo tutto per sé che vagano insieme con quell’aria così sperduta.

Le impennate degli stalloni dominanti. Gli avvertimenti. Le minacce. Le lotte. Le galoppate tutti uniti. La veglia per il puledrino di pochi giorni che riposa disteso mentre le femmine controllano il territorio. Il capobranco che raduna il gruppo.

Le spedizioni nelle anse, dove l’acqua del Danubio si ferma, per bagnarsi e bere. Un branco arriva e un altro se ne parte. Mentre i pellicani danzano in circolo, le oche selvatiche planano sui canali ricoperti di ninfee, le cicogne accorrono ai grandi nidi, i cigni fanno bella mostra di sé prima di riprendere il volo.

E un toro solitario con il muso si “spara” la sabbia sul dorso per proteggersi dagli insetti.

La storia di questi cavalli selvaggi era sconosciuta fino a pochi anni fa. Fino a quando una settantina di loro vennero catturati dalla popolazioni locali per essere venduti a 10, 20 euro ciascuno a commercianti di carne senza scrupoli.

1390316828205animali_600E’ una delle parti del documentario che va in onda domenica 16 febbraio alle 10.30 su Rai2, a Cronache Animali.

Tredici minuti di racconto che è frutto di lunghi mesi di lavoro,  un paio di viaggi sul Delta, di cui ho scritto il testo e che è stato girato da Aldo Pavan e Marisa Bortoletto (autori anche delle foto di questo post).

Quei cavalli vennero caricati tutti insieme su un camion a due piani che avrebbe potuto trasportarne meno della metà. Cavalli sani e cavalli malati. Puledrini e giumente incinte. Stalloni maturi e ragazzotti in cerca di futuro. Caricati e spediti verso macelli clandestini.

C’è chi sostiene che lo scandalo della carne di cavallo nei tortellini e nelle lasagne venduti nei negozi di mezza Europa e venuta a galla la scorsa primavera, abbia origine proprio da qui. Da Letea. Dal delta più remoto. E che quel camion maledetto non fosse stato il primo.

Mai prima di quella primavera  2011 in Romania si vide una così ampia mobilitazione di giovani nata su Facebook e culminata a notte fonda con il blocco del camion. Buona parte di quei cavalli furono salvati. Alcuni furono trovati già morti. Altri in grave condizioni.

I sopravvissuti furono presi in carico dai ragazzi e dall’associazione Vier Pfoten, che da quel giorno veglia su Letea. Senza alcun aiuto economico da parte delle istituzioni. Anzi. Con qualche tensione con la direzione del parco del Delta che accusa i cavalli di essere troppi e di mettere a rischio l’ecosistema.

logo_vierpfoten_enPer questa ragione, anche grazie a una mobilitazione e a un supporto internazionale con raccolta fondi, in questi mesi Vier Pfoten ha iniziato  la somministrazione alle cavalle di un vaccino contraccettivo mai usato prima in Europa.

Sperimentazioni di questo farmaco sono già state messe in atto con successo negli Stati Uniti per cercare di contenere alcune popolazioni di Mustang.

Sul Delta dovrebbe funzionare ancora meglio perché è un luogo circoscritto dove il rischio dell’arrivo di altre popolazioni equine dall’esterno è quasi inesistente.

Entro quest’anno dovrebbero essere vaccinate un centinaio di cavalle adulte. Altrettante  nel 2015. Dal punto di vista statistico, spiega Ovidiu, in un branco di 700 individui con un’aspettativa di vita attorno ai 20/25 anni e un aumento annuo di un centinaio di puledri, le cavalle dovrebbero essere circa 350. E di queste circa 200 nell’età più feconda.

In dieci anni di contraccezione si potrebbe far scendere il numero dei cavalli di Letea a quota 300. Un numero compatibile con il delicato e giovane ecosistema del delta.

Il problema, come sempre, è economico. Ogni vaccino – che arriverà a Letea direttamente dagli States – costa 200 dollari. A questi vanno aggiunti 30/40 euro di costo per l’anestesia più il lavoro dei veterinari.

Ma è chiaro a tutti che non esiste altra strada per salvaguardare questi ultimi cavalli selvaggi d’Europa. Libere e fiere creature, incrocio di storia millenaria e di devastazioni novecentesche.

Ha ragione Kuki, responsabile di Vier Pfoten in Romania: “Questi cavalli hanno un Dio. Un loro Dio che da tre anni li protegge e li salva”.

Ecco il video reportage andato in onda in Cronache animali, Rai2.

Romania, Ovidiu e i cavalli selvaggi del delta del Danubio from aldo pavan on Vimeo.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. paolettaguerra ha detto:

    Bellissimo articolo,amo i cavalli per me sono delle divinità e auguro tutto il bene a ueste creature stupende e maestose.

    "Mi piace"

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