Noi animali-umani come Lucy: ieri come oggi in migrazione

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A fin e 1974 un giovane paleontologo che partecipava a una campagna di ricerche in Etiopia s’imbatté in un piccolo frammento scheletro di australopiteco femmina, risalente a 3,2 milioni di anni fa.

Era un frammento del suo gomito. Nei giorni, settimane, mesi successivi il giovane scienziato riuscì a raccogliere altri pezzi di quella che piano a piano si stava rivelando come una delle più grandi scoperte della nostra epoca.

Il materiale raccolto e poi ricomposto gli fece capire che questa nostra antenata era capace di camminare eretto su due zampe: la chiamarono Lucy e divenne il fossile più famoso al mondo.

Quaranta anni dopo, Donald Johanson, autore della sensazionale scoperta, qualche giorno fa ha ricostruito la vicenda dal palco dell’università veneziana di Ca’ Foscari e grazie al Centro studi Ligabue (con la famiglia del paleontologo e filantropo veneziano lo lega un affetto che risale ai tempi di Lucy) spiegando il significato della scoperta per la ricostruzione del grande albero genealogico dei nostri antenati.

Il giovane Johanson con i resti di Lucy
Il giovane Johanson con i resti di Lucy

Un paio d’ore che ci hanno portato indietro nel tempo. E che ci hanno dato gli strumenti per capire il nostro presente.

Anche quei milioni di migranti che spingono alle porte dell’Europa. Che oggi come ieri e l’altro ieri lasciano l’Africa – il luogo delle origini della nostra specie umana – spinti dalla necessità di sopravvivere al mondo. Spinti dalla biologia, ha detto Johanson. E proprio per questa ragione inarrestabili.

 “Era il 24 novembre 1974”, ha raccontato Johanson, “ed eravamo nella nostra seconda stagione di ricerca sul campo ad Hadar. Eravamo già stati lì nel 1973, quando avevo trovato un’articolazione del ginocchio appartenuta a un ominide fossile, ma non potevamo dire a che specie appartenesse o se si trattasse di una nuova specie, perché avevamo a che fare con strati geologici più antichi, su cui nessuno aveva lavorato prima in Africa, eccetto che in alcuni affioramenti in Etiopia meridionale, in cui furono trovati denti isolati.

Speravamo intensamente di trovare qualcosa di più completo e importante. Quel giorno non avevo tanta voglia di uscire, ma Tom Gray, allora studente laureato e mio assistente, voleva raggiungere un sito di fossili che avevamo scoperto in precedenza, in modo da segnarlo in modo preciso sulla mappa. Così arrivammo sul posto, un piccolo altipiano, e segnammo la posizione. Poi facemmo un giro in cerca di fossili. Io tengo sempre lo sguardo rivolto a terra: è l’unico modo per trovare qualcosa. Tom era alla mia sinistra, e appena sopra la mia spalla destra scorsi un gomito e un’ulna perfettamente conservati.

Pensai che potesse trattarsi di ossa di scimmia. Ma presto intuii che doveva trattarsi di un fossile di ominide. Ben presto scoprimmo che lì attorno c’era uno scheletro parziale: un frammento di mascella, un femore e così via.  

Fu la svolta della mia carriera. Venni subito a sapere che lo scheletro era più antico di tre milioni di anni: fino a quel momento, tutti i fossili degli antenati dell’uomo più antichi di tre milioni di anni potevano stare nel palmo di una mano, e nessuno era abbastanza significativo da poter indicare a quale specie appartenesse. Noi avevamo resti craniali e postcraniali.

Si trattava di un esemplare minuscolo. Pensavo che potesse appartenere al gruppo degli austrolopitechi, in particolare per le dimensioni del cervello. La decisione non fu presa veramente prima del dicembre del 1977, quando ci dicemmo: “Ok, è inutile rimandare: è una nuova specie. Adesso definiamola”. L’abbiamo chiamata Australopithecus afarensis, in onore della popolazione Afar, dell’omonima regione dell’Etiopia.

Un membro della spedizione suggerì che, se fosse stata una femmina, come sospettavamo, avremmo potuto chiamarla Lucy, dalla canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds” che sentivamo dal mio piccolo mangiacassette Sony la sera dopo la scoperta. Da una frase buttata lì, il nome Lucy divenne presto un tormentone.

Oggi abbiamo quasi 400 campioni della stessa specie raccolti in Hadar, un tesoro per gli studi scientifici. Sappiamo dalle analisi degli isotopi stabili dei loro denti che era quasi vegetariana. Probabilmente si nutriva di frutti e foglie. Immagino che mangiasse anche termiti e piccoli vertebrati. Magari trascorreva del tempo anche sulle rive del lago raccogliendo tartarughe e uova di coccodrillo: fossili di tartarughe e di uova di coccodrillo sono infatti state trovati entrambi praticamente nello stesso strato in cui è stata scoperta Lucy.

La specie di Lucy è l’ultimo antenato comune di due differenti radiazioni adattative successive alla sua. Sappiamo che poco dopo la scomparsa di Afarensis dalla documentazione fossile, circa 3 milioni di anni fa, in Africa orientale si verificò una diminuzione della temperatura e dell’umidità. Alcuni discendenti di Lucy in Africa Orientale si sono evoluti attraverso specie come Australopithecus aethiopicus.

Lucy, quindi gli Afarensis, avevano caratteristiche tali che potrebbe aver dato origine a Homo.

Ci sono ancora molte domande sull’evoluzione umana: l’origine di Homo è un problema che attualmente impegna la comunità dei paleoantropologi.

Secondo Johanson Homo sarebbe emerso in qualche luogo tra 2,4 milioni e 3 milioni di anni fa.

E la nostra specie non è sulla Terra da molto, se si considera che l’età di Homo sapiens è di 200.000 anni.

La cultura è iniziata come un lungo, pesante treno merci uscito sbuffando dalla stazione, e che poi prese velocità, portandoci all’improvviso sulla Luna”, racconta Johanson sull’ultimo numero di Ligabue Magazine, “e dando computer che stanno nella tasca dei pantaloni, mentre solo qualche decenni fa potevano occupare un edificio. Quali sono state le forze che hanno portato gli esseri umani, moderni sia dal punto di vista anatomico sia comportamentale, a fare un simile salto quantistico?

Questa è una delle caratteristiche più peculiari degli esseri umani, e penso che in definitiva sia stata resa possibile dall’acquisizione del pensiero simbolico e del linguaggio. Anche la cooperazione è stata un elemento fondamentale.  

Esaminando le radici evolutive di ciò che ci rende veramente Homo sapiens è uno degli attuali obiettivi dell’Institute of Human Origins: la nostra ricerca termina con l’emergere del nostro genere, raffinatosi a tal punto da diventare la creatura più influente del pianeta”.

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