Si fa presto a dire morte

In memoria di Lucy, 1986-12 novembre 2015.

Lucy, a sinistra. Vicino a sua sorella NightFire. Il giorno in cui le abbiamo portate a casa.
Lucy, a sinistra. Vicino a sua sorella NightFire. Il giorno in cui le abbiamo portate a casa.

Sì, si fa presto a dire morte. Si crede, o si spera, che la morte ci raggiunga e ci travolga come un uragano. Uno tsunami. Una bora impetuosa che ci atterra. Che non ci dia il tempo di pensare, aspettare, soffrire.

Non succede quasi mai così. Per noi umani e per i nostri compagni animali.

La morte, come la vita, ce la si deve guadagnare. Passo dopo passo. Giorno dopo giorno.

La scorsa estate, fra i suoi alberi preferiti
La scorsa estate, fra i suoi alberi preferiti

Noi animali-umani non sappiamo più farlo. Impetuosi, impazienti, ignari, vorremmo che tutto si risolvesse nel giro di qualche ora, minuto, secondo. Per noi e per i nostri cari.

Loro, gli animali, sanno aspettare e camminare lentamente verso la morte.

Lucy  ha scelto questa strada due anni fa. Quel venerdì mi aveva fatto capire che no, non avrebbe voluto essere riunita alle altre quattro cavalle del branco.

Con Rosa
Con Rosa

Che aveva bisogno di stare da sola. Tranquilla. Isolata. Così ha fatto: è rimasta sotto gli alberi giorno e notte fino a ieri. Mangiando un po’, bevendo meno, mettendosi ogni tanto accanto alle altre ma restando divisa da loro da una steccionata.

Aspettandomi alla mattina e alla sera. Chiamandomi. Guardandomi intensamente. Quasi avesse voluto spiegarmi quello che le stava accadendo.

E poi nell’unico giorno di sole di una settimana nebbiosa, ha concluso il percorso iniziato due settimane prima. Magari anche prima. Forse non l’avevo capito.

Dopo aver mangiato qualcosa, a metà mattina si è congedata  da Nina, Rosa, Maggy e Stella. Faticosamente ha percorso quei 2,300 metri che la separavano dalla recinzione sud del campo.

Con il pelo lungo dell'inverno
Con il pelo lungo dell’inverno

E’ arrivata fino in fondo e si è distesa.

Lì l’ho trovata verso mezzogiorno. Distesa e abbandonata. Senza forze. Sfinita. Ho cercato in tutti i modi di convincerla ad alzarsi, a seguirmi, a riprendersi la vita.

Ma lei mi guardava serena con quel suo occhione e non muoveva nulla del corpo.

I posteriori, avrei scoperto qualche ora più tardi, avevano già perso ogni sensibilità.

Ho preso il suo musone fra le braccia e, bocconcino dopo bocconcino, le ho dato una bella mela rossa. Lucy era felicissima di quel regalo: adora le mele. Ma neanche in quei momenti ha sollevato la testa.

12 novembre, il riposo
12 novembre, il riposo

Mi sono seduta accanto a lei, sulle foglie umide di quel novembre. Non ho più potuto allontanarmi. Appena lo facevo, lei sommessamente nitriva. Mi chiamava vicino.

Mi dispero oggi a pensare quanto sia stato difficile per lei, con la sua storia e la sua vita così faticose, scegliere di affidarsi di nuovo a un umano. Ma l’ha fatto. Mi ha voluto bene. E io anche. Me ne rendo fino in fondo solo ora che non c’è più.

Erika, la veterinaria, con una puntura di cortisone e antidolorifico, ha giocato il tutto per tutto: una bomba di adrenalina per convincerla a rimettersi in piedi.

Ma l’effetto è stato esattamente il contrario. Per Lucy quella puntura è stata un tuffo nel benessere. I dolori erano scomparsi e lei, beatamente, poteva anche permettersi di riposare. Questa volta davvero. Finalmente senza dolore.

Abbiamo aspettato un’ora, o forse più. E intanto era scesa la nebbia e il giorno se ne stava andando.

Verso le 17, la decisione: Lucy voleva solo dormire e ce lo stava chiedendo. Così abbiamo fatto. Così è successo che ha chiuso i suoi occhi e ha smesso di respirare.

Come Margherita, anche lei fra le mie braccia.

E io non ho che queste righe e queste lacrime.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. paulinawar ha detto:

    Un abbraccio forte !!!!

    Mi piace

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