Ocelot, vittima della bellezza

Proprio qualche giorno fa ho incontrato un’amica che indossava una pelliccia di Ocelot. Una vecchia pelliccia, si era scusata. Recuperata dalla madre e rimessa alla moda per così dire.

Era sicuramente un bellissimo e forse felice felino quella pelliccia.

Tra gli anni Sessanta e la metà degli Ottanta, il vaporoso pelo dell’Ocelot era una delle pellicce preferite al mondo e un capo arrivava a valere anche 40mila dollari.

Per questa vanità, ogni anno venivano uccisi circa 200mila esemplari. Trent’anni di mattanza fino al 1990, quando, finalmente, ne fu vietato il commercio a livello globale.

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L’ocelot, il più grande tra i felini del genere Leopardus, sopravvisse a quei decenni con grande fatica e oggi tutte le sue popolazioni risultano ancora in decremento: in Messico e Stati Uniti è classificato come “minacciato” mentre è “vulnerabile” in Colombia, Argentina e nel Brasile esterno all’area amazzonica.

All’alba del 2019, risolto il problema delle pellicce, ancora non si è trovata una soluzione al commercio illegale di specie esotiche cui è coinvolto l’Ocelot: la bellezza del loro manto maculato e le dimensioni non eccessive li rendono molto richiesti sul mercato nero degli animali da compagnia.

È proprio al temperamento di predatore di Andy e Philip, alla loro profonda complessità di carattere e alla loro totale estraneità alla vita domestica che lo staff del Parco Natura Viva ha dedicato i doni dell’epifania: stracci appesi ripieni di paglia da riuscire ad aprire, pezzetti di carne e odori diversi nascosti tra pacchi e fiocchetti.

“È necessario che Andy e Philip, ocelot nati in due parchi zoologici d’Europa, mantengano le competenze tipiche della propria specie”, spiega Caterina Spiezio, responsabile del settore ricerca e conservazione del Parco Natura Viva.

“In questo modo possono esplorare lasciandosi guidare dall’olfatto, gestire gli spazi a disposizione di ognuno, arrampicarsi e nascondersi, ingegnarsi per risolvere un problema”.

La storia della pressione che l’uomo non ha mai smesso di esercitare su questa specie ci insegna che siamo in grado di distruggere intere popolazioni selvatiche ad una velocità imprevedibile. Non so ancora, sinceramente, se sia una cosa buona che alcuni di questi animalo siano ospitati nei giardini zoologici per “tenersi pronti a poter svolgere il proprio ruolo e, se necessario, ripopolare l’habitat naturale”.

Non lo so. Forse, così come per tante altre specie, oggi quella della conservazione nei parchi zoologici se non l’unica, è almeno una delle strade possibili per ricostruire. Dopo aver distrutto.

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